"Cambiato lavoro, cambiato vita...ma non hai cambiato Caroline"
Aveva mollato tutto. Tagliati i ponti con i genitori, con gli amici, anche quelli più intimi, e con i parenti in generale. Lasciare il suo vecchio lavoro non era stato difficile
"Avrei trovato sicuramente qualcosa di meglio da fare che non fosse stato lavare i tavolini di quel sudicio bar"
Lasciare Chris, invece, non era stato così facile. Era l'unico che aveva capito tutto dal primo giorno in cui Carl era entrato nella sua vita.
- Te ne vai con lui, vero?
-...
- Come pensi ti tratterà quando ti avrà tutta per sè? Credi continuerà a riempirti di fiori e regali?
-...lui mi ama
- Non è vero. Ama l'idea di poter disporre di te come e quando gli pare. Non lasciare che una novità passeggera si impadronisca della tua vita. Tra un mese si sarà stancato di te...e io sarò troppo lontano per poterti aiutare.
A quelle parole gli occhi di Caroline si erano riempiti di lacrime, ma ormai era troppo tardi: aveva deciso di andarsene con Carl.
Ed era arrivata nella grande città, piena di luci, divertimenti, colori e soldi facili...erano tutti gentili con lei...e Carl sembrava quasi venerarla. Realizzava ogni suo desiderio, anche il più strano. Non la lasciava sola un secondo. E sembrava che anche lui iniziasse a ricambiare quello che Caroline provava per lui. Carl era sempre stato chiaro su una cosa: non sarebbe stato il suo uomo. Non perchè non gli piacesse, ma perchè sentiva di non potersi legare ad un'unica donna. All'inizio era stato un piccolo inferno: vederlo uscire a qualsiasi ora dal suo appartamento e immaginarlo tra le braccia di una sconosciuta faceva morire di gelosia Caroline. Poi però le cose erano cambiate. Un anno dopo essere andata via di casa, Caroline era riuscita a sposare Carl. E Carll sembrava aver messo la testa a posto. Niente più tradimenti. Si divertivano assieme. E sballavano assieme. Erano passati cinque anni.
"Non avresti nulla senza di me, piccolo stronzo"pensò tra sè, mentre si accendeva l'ennesima sigaretta. Appoggio l'accendino sulla spalliera del divano e aspirò la prima boccata. Chiuse gli occhi mentre soffiava fuori il fumo e per un attimo, a occhi ancora chiusi, vide un'immagine tremendamente nitida e chiara.
Una ragazza era seduta su di una panchina. La panchina non sembrava fatta di legno e ferro. Era quasi trasparente e brillante, quasi fosse di cristallo. Nel momento in cui Caroline realizzò quest'immagine, la ragazza la guardò. Indossava un cappotto scuro, abbottonato fin sotto alla gola. La ragazza scostò dal viso i riccioli neri che quasi le nascondevano gli occhi e mosse piano piano la mano, portando alle labbra l'indice della mano destra, come per suggerire a Caroline "non dire nulla".
Caroline sussultò e aprì immediatamente gli occhi. Aveva la fronte imperlata di sudore. La mano che reggeva la sigaretta tremava. E della sigaretta era rimasto solamente il filtro.
Cercò di cacciare dalla mente quello che aveva appena visto. Sentiva il cuore battere forte e un senso di pesantezza pervaderle il corpo. Si lasciò pian piano scivolare delicatamente sul divano.
- Non preoccuparti, mi libererò presto di lei. Ormai le agenzie non la vogliono più: non è più la bambolina di cinque anni fa. Cercherò di farmi dare altri soldi e poi ce ne andremo via.
- Sei sicuro che non si insospettirà?
- Sì. E'talmente piena di droga che a stento riesce a riconoscersi davanti allo specchio.
- Ti amo, Carl. Non so come farei senza di te.
- Sarò sempre qui con te.
Il telefonò squillò.
- Forse è lei...pronto?...Caroline, amore mio...dove sei?...stai per arrivare?...sì, sì, io sto preparando le ultime cose per la festa di stasera...come dici?...no, non mi hanno ancora chiamato...ma certo che ti aspetto...a tra poco...maledizione...te ne devi andare, Caroline sta per arrivare...se ci scopre siamo fregati...
Tracy senza batter ciglio saltò giù dal letto, si rivestì, prese l'impermeabile, la borsa e diede un ultimo bacio a Carl. Uscì dall'appartamento e chiamò l'ascensore.
Caroline riprese a sognare. Questa volta era sul pianerottolo di un grattacielo. Aveva sentito aprirsi una porta al piano sopra a quello sul quale era lei. Una voce femminile aveva sussurrato un timido "Ti amo", poi la porta si era chiusa e la ragazza del piano di sopra aveva premuto il pulsante per chiamare l'ascensore. Caroline non si mosse. Aspettò che l'ascensore aprisse le porte e che la ragazza vi entrasse. Quando il motore che azionava l'ascensore si rimise in funzione, Caroline si sentì pervadere dalla rabbia e al tempo stesso dal dolore. Si avvicinò alla finestra che dava verso l'esterno e vide all'orizzonte un fulmine. Salì piano piano gli scalini che la portavano al piano superiore. Aprì la borsetta e prese la chiave per aprire la porta.
Carl fece appena in tempo a mettersi l'accappatoio e ad entrare in bagno quando sentì scattare la serratura della porta d'ingresso.
- Caroline, amore?...sei tu?
Non ci fu risposta
- Mi sto facendo il bagno. Ho preparato tutto per stasera.
Sentì un commento ma non riuscì a capire bene cosa gli avesse Caroline.
Chiuse la porta del bagno, si tolse l'accappatoio ed entrò nell'idromassaggio. Il bagno era l'ennesimo esempio del gusto e della passione di Caroline per l'arredamento. Era un bagno con le mattonelle bianchissime. La vasca era nell'angolo opposto alla porta ed era rialzata di una ventina di centimetri. C'erano tre scalini che portavano al bordo della vasca. E ai lati degli scalini dei piccoli fori all'interno dei quali poter mettere delle piccole candele.
Sentì dei passi avvicinarsi...la porta si aprì...ed entrò Caroline, ancora in soprabito bianco.
- Amore, vuoi venirmi a fare compagnia? Ho vogiia di stare con te.
- Ancora qualche minuto e arrivo, rispose lei.
Caroline si voltò, dirigendosi verso la camera da letto. Dal bagno provenivano le note di un concerto per orchestra. La sua musica preferita.
Il sonno di Caroline fu interrotto da una sensazione di bruciore alla mano destra: si era addormentata con un'altra sigaretta accesa e questa le era caduta sul palmo della mano, scottandola.
Fuori continuava a piovere. Il cielo era di un grigio cupo. Sentì le gocce che continuavano a martellare sulle finestre quando un altro suono, simile al cadere delle gocce, attirò la sua attenzione: era sempre un "plic" liquido, più denso. Non capì subito cosa fosse. Poi posò lo sguardo sulla sua mano sinistra. E vide il polso ricoperto di sangue. Il sangue aveva iniziato a gocciolare sul pavimento e la macchia, inizialmente piccola, aveva iniziato ad estendersi. Caroline guardò per terra e vide che anche la lametta che aveva usato era ormai ricoperta di sangue.
Si sfilò delicatamente la gonna, tolse la camicetta poi il reggiseno e infine il perizoma. Mise le ciabatte e l'accappatoio e si diresse verso il bagno.
- Eccoti, mia principessa.
Caroline sorrise indifferente. Salì i tre scalini e si sedette sul bordo della vasca, iniziando ad accarezzare i capelli di Carl.
- Così mi fai eccitare, disse lui.
- Stanotte sarò tua, replicò lei.
Le mani di Caroline passarono dai capelli alla base del collo e poi risalirono nuovamente. Carl teneva gli occhi chiusi. Sentiva il pene indurirsi e il desiderio di alzarsi e prendere Caroline era sempre più forte.
- Ti voglio, disse lui.
- Sssh, sussurò lei, non aver fretta.
Continuò a massaggiarlo. Accarezzò la schiena, le spalle, i tricipiti e poi tornò ancora sulla nuca. Quella nuca che aveva amato accarezzare e baciare. Poi, sempre rimanendo dietro a Carl, passò le mani delicatamente sulla gola di lui. Accarezzò piano il pomo d'Adamo, poi salì al mento e ritornò giù, sulla gola.
Carl sentiva le mani di Caroline farsi sempre più delicate e il suo desiderio aumentava.
- Basta, non posso più aspettare. Ti voglio.
Caroline sorrise.
- Eccomi, sussurrò lei.
La mano sinistra rimase ad accarezzare la gola di Carl. Caroline portò la mano destra nella tasca dell'accappatoio per prendere quello che vi era all'interno.
Poi fu questione di pochi secondi.
Decise di alzarsi, nonostante le poche forze. Guardò tutto il caos che era stato lasciato dalla sera precedente. Il braccio sinistra le doleva in maniera impressionante. Lo appoggiò al proprio fianco e sentì il sangue gocciolarle sopra il piede. Indossava solamente le ciabatte da piscina. Era completamente nuda. La scia che aveva lasciato la goccia di sangue che era le era caduta sul fianco le conferiva un'aria ancora più sexy di quanto non fosse già di suo. Iniziava ad aver freddo. Cercò l'accappatoio e ricordò di averlo lasciato in bagno.
Prese dalla tasca la lametta e con un gesto fulmineo la fece passare sul pomo d'Adamo di Carl e poi alla base del collo.
- Stupida troia, urlò Carl
Carl si alzò da dentro la vasca. Il suo pene eretto quasi allo spasimo dava un senso di comico alla tragicità della situazione. Caroline aveva confidato nella reazione di Carl e appena lo vide alzarsi e girarsi verso di lei puntò con la lametta all'addome di lui, con l'intento di colpirlo.
Le andò meglio del previsto. Aveva puntato più in basso rispetto all'addome. E aveva colpito Carl ai testicoli.
L'utlo fu disumano. Non le restò che spingere Carl indietro per farlo scivolare e prendere tempo.
Carl cadde indietro, picchiando la testa sul muro e rimanendo privo di sensi.
Caroline non aveva ancora realizzato tutta la situazione.
"Mi sono sbatazzata di te, maledetto".
Carl era riverso con la bocca sotto il livello dell'acqua. E dal naso non usciva più aria.
Era morto.
Entrò nel bagno e vide l'accappatoio appoggiato sul bordo del lavandino. Era inzuppato di sangue.
Lo prese e lo indossò. Poi guardò davanti a se. E vide la testa di Carl per metà sott'acqua e per metà fuori.
Un brivido di soddisfazione la scosse per un attimo.
"Mi volevi fregare...ma io ho fregato te".
Sugli scalini c'erano ancora macchie di sangue e anche l'acqua dell'idromassaggio era ormai di un rosso scuro. Sul pavimento c'era ancora la lametta.
Caroline uscì dal bagno e lentamente si diresse verso la finestra del terrazzo. La aprì e si trovò all'esterno, completamente avvolta dalla pioggia che adesso aveva aumentato di intensità. Il braccio sinistro continuava a farle male e ormai la manica era letteralmente inzuppata del suo sangue.
Caroline appoggiò le mani sulla ringhiera. Si fece forza :portò anche il piede destro sulla ringhiera e si diede lo slancio necessario per superarla con un salto.
Ma prima di gettarsi nel vuoto decise che doveva scrivere un biglietto, perché altrimenti avrebbe fatto la figura della povera pazza che uccide il marito e poi si suicida per chissà quale assurdo motivo. Doveva scrivere tutto, così il mondo intero avrebbe saputo che razza di bastardo era Carl.
Lurido bastardo… Pensavi di farla franca, pensavi che io non sapessi nulla. Credevi che fossi ancora quella sprovveduta che avevi conosciuto. Invece io sono cresciuta, sono cambiata. E te l’ho fatta pagare. E non è ancora finita. Vedrai, avrò tutti dalla mia parte dopo aver scritto questa lettera d’addio. Non m’interessa se sarò morta anch’io, tutti devono sapere come mi hai trattata.
Il suono della sua voce la fece quasi spaventare. Il pensiero che Carl giaceva morto nella stanza accanto non la faceva stare tranquilla e istintivamente chiuse le porte che separavano il bagno dalla sala, come se Carl potesse uscire dalla vasca. Caroline rise a questo pensiero. Rise perché le erano venute in mente le scene stupide dei film horror che guardava da adolescente con Luke.
Luke. Il mio primo, grande amore. Mi teneva per mano quando avevo paura, mi offriva sempre la sua spalla in cui nascondere il mio viso e mi riempiva di baci. Chissà ora dov’è. Chissà se si è pentito degli schiaffi che mi ha dato quando ho deciso di lasciarlo.
Ancora una volta Caroline si rese conto che stava parlando ad alta voce. Da sola. Come una stupida. Perse un sacco di tempo a cercare carta e penna e poi finalmente si sedette al tavolino e si prese la testa tra le mani. Iniziò a pensare, pensare, pensare… Pensava a cosa scrivere, a come scriverlo. Voleva che si capisse che era tutta colpa di Carl (solo colpa tua, verme) e che lei gli aveva dedicato gli anni più belli della sua vita e lui l’aveva ricompensata così (in un modo così meschino). Ma Caroline non era mai stata brava a scrivere. A scuola non s’era mia impegnata più di tanto. E poi… a che serviva saper scrivere? Lei sapeva fare ben altre cose (cose più importanti). Caroline sentiva freddo. E male. Presto sarebbe svenuta, pensò. Continuava a perdere sangue. Ormai c’era una pozza, sul pavimento. La guardò con aria assente, poi si alzò come un automa e andò a frugare nell’armadietto del pronto soccorso alla ricerca di una garza.
E’ quasi comica, la cosa…. Voglio suicidarmi e mi preoccupo della ferita.
Si fasciò il braccio alla meglio, tanto non sarebbe vissuta ancora a lungo. Si sentiva stordita. Andò in cucina. Prese la bottiglia di vino e si riempì un bicchiere. Poi prese della cioccolata. E anche della cocaina. Tanto per tirarsi un po’ su. Si rimise al tavolo per scrivere. Ma gli occhi le si chiudevano. Appoggiò la testa sul braccio e chiuse gli occhi.
Solo cinque minuti, tanto non c’è fretta. Non c’è più fretta.
Scivolò nel sonno profondo. Ed iniziò a sognare.
Nessun commento:
Posta un commento