martedì 30 novembre 1999

...e se facessimo un cambio in corsa?


Mi è venuta in mente una cosa...una deviazione dallo schema iniziale...non so se sia fattibile nè se funzionerà, ma...se non si prova...non si sa...la pazza idea che ho avuto (e che forse renderebbe più "appetibile" questo progetto) è quella di scrivere delle storie-racconti che ruotino attorno agli stessi personaggi (lo so, non si capisce una mazza)...mi spiego meglio: prendiamo per esempio tre personaggi: luca, mara e giovanni.


Primo racconto: parla di luca come protagonista principale (magari impostando il racconto in prima persona o in terza persona) ma fa comparire, anche magari in un solo episodio, anche mara e giovanni, dando alcune connotazioni a questi personaggi "secondari", in modo che magari ci sia una seppur minima logica nella cosa.


Secondo racconto: prenderà un personaggio "non principale" dal primo (o dai precedenti) e lo trasformerà in personaggio principale. Starà a chi scrive decidere se farlo interagire anche con i personaggi vecchi - stando attenti che la cosa mantenga una sua logica - o se farlo interagire con altri personaggi secondari.


L'obiettivo, quindi, qual è? Quello di fornire sempre dei personaggi secondari che verranno poi trasformati in personaggi principali (e quindi penso che la tendenza possa essere quella di inserire personaggi secondari nuovi, altrimenti si rischia di scrivere altre cose per lo stesso personaggio).


Provo a rifare l'esempio: luca si svegliò e vide che erano già le nove. "Sono in ritardo" disse tra se' e corse in bagno per prepararsi. Marco lo aspettava alle nove e mezza all'altro capo della città. "Sarà l'affare della nostra vita" gli aveva detto Marco la settimana precedente. Raggranellare tutti i soldi era stato più facile del previsto. "La mia fortuna è aver conosciuto te, mia cara Betty" pensò ridendo.Uscì dalla doccia in fretta, tolse l'accappatoio e infilò il completo per le occasioni importanti. "Quando tornerò, qui le cose cambieranno". Si chiuse la porta alle spalle e uscì a vivere quello che sarebbe stato forse il primo giorno della sua nuova vita.


Bene. A questo punto ci son due possibilità: si può continuare il racconto oppure se ne può fare uno nuovo prendendo Marco o Betty come protagonisti. Facendoli interagire forse è più facile che la cosa abbia una qualche logica, anche se remota, evitando quindi una dispersione eccessiva (l'effetto potrebbe essere quello che c'è nel film Jackie Brown, dove ci son varie storie che si intrecciano le une con le altre). Io direi che come basi si potrebbero prendere i racconti già pubblicati in questo blog, in modo da non buttar via quello che è stato fatto finora, dato che ogni racconto è una specie di creatura che abbiamo creato noi e per questo speciale.


Che ne dite? Attendo commenti, guidizi, suggerimenti.


Capitolo due, parte seconda.


E’ una bella giornata di primavera e lei sta giocando in un prato con la sua amichetta del cuore, Hellen. Le due bambine hanno sei, forse sette anni e giocano con una palla tutta colorata. Ben presto lasciano perdere la palla e si perdono dietro alle farfalle multicolori che volano di fiore in fiore. Il cielo è azzurro, sgombro di nubi. Soffia un venticello leggero e il sole splende alto.


La mamma di Hellen le osserva da lontano, alzando periodicamente gli occhi dal suo ricamo. La mamma di Hellen ricama, lavora a maglia, cuce e cucina. Tutto il contrario della mamma di Caroline, ambiziosa donna in carriera.



 


Bambine, state attente, non correte troppo intorno ai fiori, ci sono le api. Rischiate di farvi pungere.


 


Ma quando hai sette anni non stai a sentire cosa dicono le mamme.


E’ un attimo. Caroline ed Hellen si avvicinano ad una siepe piena di fiori coloratissimi e profumatissimi (un profumo che stordisce) e cercano di prendere in mano una farfalla dalle ali azzurre come il cielo di quel giorno (Hellen, no!!!) ma la farfalla vola via.


Un’ape è posata sul fiore vicino, è infastidita e si rivolta verso Hellen.


Hellen grida, la mamma arriva di corsa.


Hellen piange.


Hellen urla che non respira.


Caroline è terrorizzata, la mamma di Hellen le urla di andare a chiamare aiuto. Lei corre via piangendo, ma quando torna, con un signore che portava a spasso il cane, la sua amica è già morta.


Shock anafilattico, le dicono, ma lei non capisce.


 


Caroline si agitò nel sonno, mosse la mano come a scacciare un’ape immaginaria, aprì appena gli occhi, gonfi di lacrime.


Il cuore le batteva all’impazzata.


Credette di sognare ancora, davanti a lei c’era  Hellen.


Cattiva, cattiva, sei stata cattiva con me.


No, non ho colpa per quello che è successo.


Ma mi hai dimenticata.


No!


 


Sprofondò nuovamente nel sonno.


Non c’è più Hellen.


Caroline è in macchina, ferma al semaforo.


Scatta il verde, ma la macchina non parte.


Prova ad accelerare, spegne e riaccende il motore.


Tutti la guardano (solita donna al volante) e poi iniziano a suonare il clacson.


Sono uno, dieci, cento, mille clacson.


Caroline si tappa le orecchie.


Ma il suono continua.


Infine aprì gli occhi e si rese conto di non essere in macchina, ma in casa sua e che stava suonando il campanello, non il clacson.


La scoperta la stupì non poco.


Chi sarà?

Capitolo Uno, parte seconda

Dopo quella, le sue avventure occasionali erano divenute sempre più numerose; a volte usciva con belle ragazze, altre con insignificanti rappresentanti del sesso femminile che cercavano solo un'occasione per ravvivare le loro monotone vite. Un paio di volte capitò che si affezionasse a qualcuna di queste amanti occasionali, ma il tutto non durava più di un paio di giorni, poi si stancava ed andava in cerca di nuovi lidi da scoprire.
Ormai erano due settimane che non vedeva nè sentiva Diana, ma questo suo atteggiamento, questa sua forma di vendetta nei confronti della sua ex, lo aveva allontanato anche dai suoi amici e fu per questo che quel giorno Robert gli telefonò per invitarlo ad un uscire assieme. Robert, che per lui era sempre stato Bob, sapeva quanto era accaduto tra lui e Diana e sapeva anche del suo nuovo stile di vita, ma quando lo chiamò non fece riferimento a tutto ciò e di questo Federico gliene fu grato. L'ultima cosa di cui aveva bisogno ora era una predica o una ramanzina.
Nell'appartamento arieggiava un pezzo dei King Crimson, mentre lui in camera si stava preparando per uscire. Con addosso solo un paio di boxer, davanti allo specchio, Federico si stava profumando come se dovesse uscire per uno dei suoi appuntamenti galanti e non con un amico per un paio di birre e una partita a stecca. Sorrise a questo pensiero.
Il suono improvviso del campanello lo fece sussultare. Voltandosi a guardare l'ora sulla radiosveglia vide che erano appena le nove.
E' ancora presto, Bob deve passare a prendermi alle nove e mezza... pensò.
Si infilò i jeans che aveva preparato sul letto e andò ad aprire.
Un ragazzino di non più di dieci anni lo fissava con enormi occhi blu. Indossava un t-shirt con l'immagine dell'Uomo Ragno che scalava un grattacielo e un paio di calzoncini che gli lasciavano scoperte le ginocchia sbucciate. Le Converse marroni, che una volta probabilmente erano state rosse, sembravano essere state compagne di numerose partite di baseball in qualche polveroso campetto di periferia.
"Si?" chiese Federico.
"Mi hanno detto di consegnarle questa" rispose il ragazzino estraendo dalla tasca posteriore una busta bianca.
"Cos'è?" chiese ancora l'uomo a torso nudo
"Non lo so. Me lo ha dato un signore al parco dicendomi di consegnarlo a quest'appartamento. Mi ha anche detto che ci avresti pensato tu a sistemare la faccenda..."
"La faccenda?" Federico sembrava sorpreso "...oh si certo, un attimo solo"
Sparì dietro la porta socchiusa, tornando un minuto dopo con un biglietto da dieci per il piccolo fattorino, che dopo aver intascato la ricompensa sparì come una lepre.
Federico aprì la busta estraendone alcune fotografie. Il cuore sembrò fermarsi e la testa cominciò a girargli rapidamente; dovette sedersi in poltrona per evitare di cadere a terra.
Chi me le ha mandate?
Cercò dentro alla busta per vedere se ci fosse un biglietto, ma oltre alle fotografie non c'era nulla.
Barcollando andò a versarsi un bicchiere di burbon, poi dopo averci pensato un istante si portò l'intera bottiglia in salotto.
Venti minuti dopo quando il campanello suonò ancora, lui sembrò non sentirlo; le ultime gocce di whisky stavano cadendo dal collo della bottiglia verso il pavimento, vicino alla poltrona dove giacevano accartocciate come foglie in autunno le fotografie che tanto lo avevano sconvolto.
In strada, dopo aver insistito per più di dieci minuti, Robert risalì in auto, senza sapere che non avrebbe più avuto modo di rivedere l'amico.

I pinguini si sentono soli...e abbandonati...



ragazzi...dove siete?????


Work in progress

Ho "accorpato" i primi tre capitoli, unendo a ciascuno le parti aggiunte successivamente.
Dai dai che voglio leggere anche altre cose...
Capitolo due - by Shyboy & Sognatricenata


Sentì le gocce di pioggia tamburellare i vetri delle grandi finestre del salone, mentre in sottofondo suonava l'"Adagio per clarinetto" di Mozart. Le luci erano spente. Seduta su quel divano di pelle bianco sul quale aveva dormito chissà quante volte di ritorno dalle feste che Carl organizzava. Il divano era a forma di "L" e dominava il centro della stanza. Caroline stava seduta sul bordo del divano, rivolta verso le finestre che davano sul terrazzo. Acquistare l'attico in centro città era stato il suo primo desiderio da quando aveva cambiato lavoro.
"Cambiato lavoro, cambiato vita...ma non hai cambiato Caroline"

Aveva mollato tutto. Tagliati i ponti con i genitori, con gli amici, anche quelli più intimi, e con i parenti in generale. Lasciare il suo vecchio lavoro non era stato difficile
"Avrei trovato sicuramente qualcosa di meglio da fare che non fosse stato lavare i tavolini di quel sudicio bar"
Lasciare Chris, invece, non era stato così facile. Era l'unico che aveva capito tutto dal primo giorno in cui Carl era entrato nella sua vita.
- Te ne vai con lui, vero?
-...
- Come pensi ti tratterà quando ti avrà tutta per sè? Credi continuerà a riempirti di fiori e regali?
-...lui mi ama
- Non è vero. Ama l'idea di poter disporre di te come e quando gli pare. Non lasciare che una novità passeggera si impadronisca della tua vita. Tra un mese si sarà stancato di te...e io sarò troppo lontano per poterti aiutare.
A quelle parole gli occhi di Caroline si erano riempiti di lacrime, ma ormai era troppo tardi: aveva deciso di andarsene con Carl.

Ed era arrivata nella grande città, piena di luci, divertimenti, colori e soldi facili...erano tutti gentili con lei...e Carl sembrava quasi venerarla. Realizzava ogni suo desiderio, anche il più strano. Non la lasciava sola un secondo. E sembrava che anche lui iniziasse a ricambiare quello che Caroline provava per lui. Carl era sempre stato chiaro su una cosa: non sarebbe stato il suo uomo. Non perchè non gli piacesse, ma perchè sentiva di non potersi legare ad un'unica donna. All'inizio era stato un piccolo inferno: vederlo uscire a qualsiasi ora dal suo appartamento e immaginarlo tra le braccia di una sconosciuta faceva morire di gelosia Caroline. Poi però le cose erano cambiate. Un anno dopo essere andata via di casa, Caroline era riuscita a sposare Carl. E Carll sembrava aver messo la testa a posto. Niente più tradimenti. Si divertivano assieme. E sballavano assieme. Erano passati cinque anni.

"Non avresti nulla senza di me, piccolo stronzo"pensò tra sè, mentre si accendeva l'ennesima sigaretta. Appoggio l'accendino sulla spalliera del divano e aspirò la prima boccata. Chiuse gli occhi mentre soffiava fuori il fumo e per un attimo, a occhi ancora chiusi, vide un'immagine tremendamente nitida e chiara.
Una ragazza era seduta su di una panchina. La panchina non sembrava fatta di legno e ferro. Era quasi trasparente e brillante, quasi fosse di cristallo. Nel momento in cui Caroline realizzò quest'immagine, la ragazza la guardò. Indossava un cappotto scuro, abbottonato fin sotto alla gola. La ragazza scostò dal viso i riccioli neri che quasi le nascondevano gli occhi e mosse piano piano la mano, portando alle labbra l'indice della mano destra, come per suggerire a Caroline "non dire nulla".
Caroline sussultò e  aprì immediatamente gli occhi. Aveva la fronte imperlata di sudore. La mano che reggeva la sigaretta tremava. E della sigaretta era rimasto solamente il filtro.
Cercò di cacciare dalla mente quello che aveva appena visto. Sentiva il cuore battere forte e un senso di pesantezza pervaderle il corpo. Si lasciò pian piano scivolare delicatamente sul divano.

- Non preoccuparti, mi libererò presto di lei. Ormai le agenzie non la vogliono più: non è più la bambolina di cinque anni fa. Cercherò di farmi dare altri soldi e poi ce ne andremo via.
- Sei sicuro che non si insospettirà?
- Sì. E'talmente piena di droga che a stento riesce a riconoscersi davanti allo specchio.
- Ti amo, Carl. Non so come farei senza di te.
- Sarò sempre qui con te.
Il telefonò squillò.
- Forse è lei...pronto?...Caroline, amore mio...dove sei?...stai per arrivare?...sì, sì, io sto preparando le ultime cose per la festa di stasera...come dici?...no, non mi hanno ancora chiamato...ma certo che ti aspetto...a tra poco...maledizione...te ne devi andare, Caroline sta per arrivare...se ci scopre siamo fregati...
Tracy senza batter ciglio saltò giù dal letto, si rivestì, prese l'impermeabile, la borsa e diede un ultimo bacio a Carl. Uscì dall'appartamento e chiamò l'ascensore.

Caroline riprese a sognare. Questa volta era sul pianerottolo di un grattacielo. Aveva sentito aprirsi una porta al piano sopra a quello sul quale era lei. Una voce femminile aveva sussurrato un timido "Ti amo", poi la porta si era chiusa e la ragazza del piano di sopra aveva premuto il pulsante per chiamare l'ascensore. Caroline non si mosse. Aspettò che l'ascensore aprisse le porte e che la ragazza vi entrasse. Quando il motore che azionava l'ascensore si rimise in funzione, Caroline si sentì pervadere dalla rabbia e al tempo stesso dal dolore. Si avvicinò alla finestra che dava verso l'esterno e vide all'orizzonte un fulmine. Salì piano piano gli scalini che la portavano al piano superiore. Aprì la borsetta e prese la chiave per aprire la porta.

Carl fece appena in tempo a mettersi l'accappatoio e ad entrare in bagno quando sentì scattare la serratura della porta d'ingresso.
- Caroline, amore?...sei tu?
Non ci fu risposta
- Mi sto facendo il bagno. Ho preparato tutto per stasera.
Sentì un commento ma non riuscì a capire bene cosa gli avesse Caroline.
Chiuse la porta del bagno, si tolse l'accappatoio ed entrò nell'idromassaggio. Il bagno era l'ennesimo esempio del gusto e della passione di Caroline per l'arredamento. Era un bagno con le mattonelle bianchissime. La vasca era nell'angolo opposto alla porta ed era rialzata di una ventina di centimetri. C'erano tre scalini che portavano al bordo della vasca. E ai lati degli scalini dei piccoli fori all'interno dei quali poter mettere delle piccole candele.
Sentì dei passi avvicinarsi...la porta si aprì...ed entrò Caroline, ancora in soprabito bianco.
- Amore, vuoi venirmi a fare compagnia? Ho vogiia di stare con te.
- Ancora qualche minuto e arrivo, rispose lei.
Caroline si voltò, dirigendosi verso la camera da letto. Dal bagno provenivano le note di un concerto per orchestra. La sua musica preferita.

Il sonno di Caroline fu interrotto da una sensazione di bruciore alla mano destra: si era addormentata con un'altra sigaretta accesa e questa le era caduta sul palmo della mano, scottandola.
Fuori continuava a piovere. Il cielo era di un grigio cupo. Sentì le gocce che continuavano a martellare sulle finestre quando un altro suono, simile al cadere delle gocce, attirò la sua attenzione: era sempre un "plic" liquido, più denso. Non capì subito cosa fosse. Poi posò lo sguardo sulla sua mano sinistra. E vide il polso ricoperto di sangue. Il sangue aveva iniziato a gocciolare sul pavimento e la macchia, inizialmente piccola, aveva iniziato ad estendersi. Caroline guardò per terra e vide che anche la lametta che aveva usato era ormai ricoperta di sangue.

Si sfilò delicatamente la gonna, tolse la camicetta poi il reggiseno e infine il perizoma. Mise le ciabatte e l'accappatoio e si diresse verso il bagno.
- Eccoti, mia principessa.
Caroline sorrise indifferente. Salì i tre scalini e si sedette sul bordo della vasca, iniziando ad accarezzare i capelli di Carl.
- Così mi fai eccitare, disse lui.
- Stanotte sarò tua, replicò lei.
Le mani di Caroline passarono dai capelli alla base del collo e poi risalirono nuovamente. Carl teneva gli occhi chiusi. Sentiva il pene indurirsi e il desiderio di alzarsi e prendere Caroline era sempre più forte.
- Ti voglio, disse lui.
- Sssh, sussurò lei, non aver fretta.
Continuò a massaggiarlo. Accarezzò la schiena, le spalle, i tricipiti e poi tornò ancora sulla nuca. Quella nuca che aveva amato accarezzare e baciare. Poi, sempre rimanendo dietro a Carl, passò le mani delicatamente sulla gola di lui. Accarezzò piano il pomo d'Adamo, poi salì al mento e ritornò giù, sulla gola.
Carl sentiva le mani di Caroline farsi sempre più delicate e il suo desiderio aumentava.
- Basta, non posso più aspettare. Ti voglio.
Caroline sorrise.
- Eccomi, sussurrò lei.
La mano sinistra rimase ad accarezzare la gola di Carl. Caroline portò la mano destra nella tasca dell'accappatoio per prendere quello che vi era all'interno.
Poi fu questione di pochi secondi.

Decise di alzarsi, nonostante le poche forze. Guardò tutto il caos che era stato lasciato dalla sera precedente. Il braccio sinistra le doleva in maniera impressionante. Lo appoggiò al proprio fianco e sentì il sangue gocciolarle sopra il piede. Indossava solamente le ciabatte da piscina. Era completamente nuda. La scia che aveva lasciato la goccia di sangue che era le era caduta sul fianco le conferiva un'aria ancora più sexy di quanto non fosse già di suo. Iniziava ad aver freddo. Cercò l'accappatoio e ricordò di averlo lasciato in bagno.

Prese dalla tasca la lametta e con un gesto fulmineo la fece passare sul pomo d'Adamo di Carl e poi alla base del collo.
- Stupida troia, urlò Carl
Carl si alzò da dentro la vasca. Il suo pene eretto quasi allo spasimo dava un senso di comico alla tragicità della situazione. Caroline aveva confidato nella reazione di Carl e appena lo vide alzarsi e girarsi verso di lei puntò con la lametta all'addome di lui, con l'intento di colpirlo.
Le andò meglio del previsto. Aveva puntato più in basso rispetto all'addome. E aveva colpito Carl ai testicoli.
L'utlo fu disumano. Non le restò che spingere Carl indietro per farlo scivolare e prendere tempo.
Carl cadde indietro, picchiando la testa sul muro e rimanendo privo di sensi.
Caroline non aveva ancora realizzato tutta la situazione.
"Mi sono sbatazzata di te, maledetto".
Carl era riverso con la bocca sotto il livello dell'acqua. E dal naso non usciva più aria.
Era morto.

Entrò nel bagno e vide l'accappatoio appoggiato sul bordo del lavandino. Era inzuppato di sangue.
Lo prese e lo indossò. Poi guardò davanti a se. E vide la testa di Carl per metà sott'acqua e per metà fuori.
Un brivido di soddisfazione la scosse per un attimo.
"Mi volevi fregare...ma io ho fregato te".
Sugli scalini c'erano ancora macchie di sangue e anche l'acqua dell'idromassaggio era ormai di un rosso scuro. Sul pavimento c'era ancora la lametta.
Caroline uscì dal bagno e lentamente si diresse verso la finestra del terrazzo. La aprì e si trovò all'esterno, completamente avvolta dalla pioggia che adesso aveva aumentato di intensità. Il braccio sinistro continuava a farle male e ormai la manica era letteralmente inzuppata del suo sangue.
Caroline appoggiò le mani sulla ringhiera. Si fece forza :portò anche il piede destro sulla ringhiera e si diede lo slancio necessario per superarla con un salto.


Ma prima di gettarsi nel vuoto decise che doveva scrivere un biglietto, perché altrimenti avrebbe fatto la figura della povera pazza che uccide il marito e poi si suicida per chissà quale assurdo motivo. Doveva scrivere tutto, così il mondo intero avrebbe saputo che razza di bastardo era Carl.


 


Lurido bastardo… Pensavi di farla franca, pensavi che io non sapessi nulla. Credevi che fossi ancora quella sprovveduta che avevi conosciuto. Invece io sono cresciuta, sono cambiata. E te l’ho fatta pagare. E non è ancora finita. Vedrai, avrò tutti dalla mia parte dopo aver scritto questa lettera d’addio. Non m’interessa se sarò morta anch’io, tutti devono sapere come mi hai trattata.


 


Il suono della sua voce la fece quasi spaventare. Il pensiero che Carl giaceva morto nella stanza accanto non la faceva stare tranquilla e istintivamente chiuse le porte che separavano il bagno dalla sala, come se Carl potesse uscire dalla vasca. Caroline rise a questo pensiero. Rise perché le erano venute in mente le scene stupide dei film horror che guardava da adolescente con Luke.


 


Luke. Il mio primo, grande amore. Mi teneva per mano quando avevo paura, mi offriva sempre la sua spalla in cui nascondere il mio viso e mi riempiva di baci. Chissà ora dov’è. Chissà se si è pentito degli schiaffi che mi ha dato quando ho deciso di lasciarlo.


Ancora una volta Caroline si rese conto che stava parlando ad alta voce. Da sola. Come una stupida. Perse un sacco di tempo a cercare carta e penna e poi finalmente si sedette al tavolino e si prese la testa tra le mani. Iniziò a pensare, pensare, pensare… Pensava a cosa scrivere, a come scriverlo. Voleva che si capisse che era tutta colpa di Carl (solo colpa tua, verme) e che lei gli aveva dedicato gli anni più belli della sua vita e lui l’aveva ricompensata così (in un modo così meschino). Ma Caroline non era mai stata brava a scrivere. A scuola non s’era mia impegnata più di tanto. E poi… a che serviva saper scrivere? Lei sapeva fare ben altre cose (cose più importanti). Caroline sentiva freddo. E male. Presto sarebbe svenuta, pensò. Continuava a perdere sangue. Ormai c’era una pozza, sul pavimento. La guardò con aria assente, poi si alzò come un automa e andò a frugare nell’armadietto del pronto soccorso alla ricerca di una garza.


 


E’ quasi comica, la cosa…. Voglio suicidarmi e mi preoccupo della ferita.


 


Si fasciò il braccio alla meglio, tanto non sarebbe vissuta ancora a lungo. Si sentiva stordita. Andò in cucina. Prese la bottiglia di vino e si riempì un bicchiere. Poi prese della cioccolata. E anche della cocaina. Tanto per tirarsi un po’ su. Si rimise al tavolo per scrivere. Ma gli occhi le si chiudevano. Appoggiò la testa sul braccio e chiuse gli occhi.


 


Solo cinque minuti, tanto non c’è fretta. Non c’è più fretta.


 


Scivolò nel sonno profondo. Ed iniziò a sognare.





Capitolo uno

Federico si alzò a sedere sul bordo del letto massaggiandosi le tempie. Una forte emicrania gli stringeva la testa come una morsa.
Ho proprio esagerato ieri sera, pensò.
Tentò di tornare mentalmente alla sera precedente, ma l'unico risultato che otteneva era farsi aumentare il mal di testa. Per quanto si sforzasse non riusciva a ricordare cosa avesse combinato. In effetti non ricordava nemmeno di essere andato a letto.
L'ultima cosa che rammentava era il pomeriggio in piscina. Ci era tornato dopo molto tempo per sfogare lo stress dopo l'ennesima litigata con Diana.

La sera prima lei gli aveva fatto una scenata al parco: gli aveva detto che aveva intenzione di lasciarlo, così lui la mattina dopo l'aveva chiamata per cercare di riappacificarsi. Diana lo aveva aggredito verbalmente ed era nata una nuova discussione, conclusasi con lei che gli sbatteva il telefono in faccia.
Un movimento improvviso lo fece tornare alla realtà. Si voltò e vide, dall'altro lato del letto, il corpo nudo di una ragazza che non conosceva, o che non credeva di conoscere.
E chi è questa? pensò tra se.
Una fitta gli percorse rapidamente la nuca.
Ah ora ricordo...
Stava nuotando. Era alla settima vasca quando un braccio dalla corsia vicina invase la sua colpendolo in faccia. Si fermò e vide che il braccio apparteneva ad una ragazza dal volto spaurito.
"Oh scusa" mormorò lei
"Non fa nulla" le rispose sorridendo
Poi riprese a nuotare dimenticandosi del piccolo incidente. Due ore dopo, uscito dallo spogliatoio, andò al bar della piscina per prendere un drink energetico. Mentre stava sorseggiando la sua bevanda sentì qualcuno gli si avvicinò.
"Scusa per prima" disse una voce femminile
Alzato lo sguardo dal bicchiere, si ritrovò di fronte la ragazza che lo aveva colpito mentre stava nuotando.
"Non ti preoccupare" rispose "sono cose che possono capitare".
"Posso offrirti da bere almeno?"
"Solo se poi io posso offrirti la cena"
Da quel momento non ricordava più nulla, ma quanto doveva essere accaduto si evinceva da se.
Rimase qualche istante a fissare quel corpo addormentato sul suo letto.
Come ho fatto a finire a letto con una così?
In effetti, non era certo il tipo di ragazza che piaceva a Federico e, a dirla tutta, non credeva ci fosse qualcuno a cui potesse piacere una donna del genere: magra, quasi ossuta, i capelli biondo pagliericcio sembravano di stoppa e i seni piccoli e a punta avevano l'aspetto di due piccoli coni. Dove si aspettava di trovare un piccolo triangolino di peli ben rasati, c'era invece una sorta di selva bionda.
Ora che ci pensava meglio, assomigliava a Shelley Duvall, solo che lei era bionda.
Si alzò disgustato, cercando di non svegliare quella strana creatura, e si chiuse in bagno.
Rimase sotto la doccia fino a quando sentì il dolore alla testa affievolirsi, quindi, dopo essersi annodato un asciugamano alla vita, andò a prepararsi la colazione.
Il suo sguardo desolato vagò nel campo di battaglia che era diventata la cucina; il lavello era pieno di pentole e piatti, resti di cibo erano sparsi un po' ovunque assieme a decine di bottiglie vuote di alcolici vari. I suoi vesti e quelli di lei erano sparpagliati sul pavimento e alcuni preservativi usati erano stati infilati nei pomelli delle sedie.
Un senso di disgusto gli salì violentemente dallo stomaco facendogli tornare l'emicrania.
Dopo aver ingoiato un paio di aspirine, prese un sacco dell'immondizia da sotto il lavello e raccolse i resti del baccanale della sera prima.
Si accorse della presenza della ragazza solo quando lei gli cinse la vita.
"Ciao, amore".
Federico la guardò con freddezza e vide che indossava una sua camicia.
"Doccia e caffè sono compresi nel pacchetto della serata. Dopo puoi andartene" disse seccamente.
Cinque minuti dopo lei usciva sbattendosi la porta alle spalle.
In quell'istante si rese conto che non ricordava il nome della ragazza.
Vuol dire che la chiamerò Shelley.
Capitolo Zero - by Shyboy & Sognatricenata

Miriam chiuse gli occhi. Respirò profondamente.
Ricordati quello che ti hanno insegnato, disse tra sè e sè.
Fai entrare l'aria nella pancia, poi nel petto e allarga le spalle.

Sentì entrare l'aria pian piano. Un senso di quasi vertigine la pervase.
Non sei abituata a respirare così profondamente.
Fece altri due o tre respiri e la situazione migliorò.
Mentre ascoltava il suo corpo, cercava di sentire anche i rumori che la circondavano.

Era tutto confuso. Riusciva solamente a percepire in maniera netta e distinta le travi di legno che formavano la panchina sulla quale era seduta, soprattutto quelle contro le quali era appoggiata la schiena. Quella schiena che le aveva sempre dato qualche problemino e che le impediva di rimanere seduta perfettamente dritta.
Cercò di non pensare al freddo della panchina e a concentrarsi su altro. L'orecchio si fermò ad ascoltare una conversazione lontana, proveniente dalla sua destra e che piano piano si faceva sempre più chiara. Forse qualcuno si stava avvicinando a lei.
"Non credo sia la cosa giusta"disse una voce maschile, tremolante, quasi sul punto di piangere.
"No? Tutto quello che ho fatto fino ad ora non è mai stato giusto, se dovessi ascoltare solamente quello che pensi tu" fu la risposta di una voce femminile segnata da una nota di rabbia e nervosismo.
L'attenzione di Miriam si spostò verso un altro suono, un qualcosa di indistinto, una serie di note provenienti, forse, da un pianoforte. E a seguire una voce di bambina che canticchiava le stesse note.
Piano piano, mentre ascoltava queste note delicate e dolci, cominciò anche a sentire un'altra melodia, molto più sommessa, ma sempre di stampo "classico": una fuga o un minuetto, ma proveniente non da strumenti per orchestra ma da qualcosa di elettronico. Miriam posò la mano sulla cerniera della borsa che teneva alla sua destra, la aprì e il volume della seconda musica aumentò. Il suo cellulare stava suonando. Dopo qualche secondo la musica cessò. Miriam ripose il cellulare nella borsa. Non aveva bisogno di controllare chi fosse stato a chiamarla. Lo sapeva.
"Bene, è ora".
Fece un ultimo profondo respiro e, lentamente, quasi a rallentatore, aprì gli occhi. E grazie alla luce chiara della luna piena le sembrò che il sole non fosse mai tramontato.
Quindi si alzò, molto lentamente. Era stata a lungo seduta, nella stessa posizione e la schiena sicuramente ne avrebbe risentito. Infatti si fece sentire quel dolorino che lei conosceva bene. Si massaggiò a lungo, poi si decise a mettersi in cammino. All’improvviso le tornò in mente un sogno bizzarro che aveva fatto la notte precedente. Il sogno si svolgeva proprio nel posto in cui lei si trovava in quel momento. Solo che era notte fonda, nel sogno. Una notte senza luna. E le panchine erano di cristallo purissimo, delle forme più svariate, dai colori sgargianti. Proprio un sogno bizzarro! Miriam sorrise, ma il suo fu un sorriso nervoso, perché nel sogno succedeva qualcosa, che ora non ricordava, ma che le aveva fatto molta paura. E le sembrava che ora dovesse succedere quello che lei aveva sognato la notte scorsa. Sentì un brivido, quindi si costrinse a pensare ad altro. Aveva qualcosa di importante da fare, un compito da svolgere. E non doveva lasciarsi prendere dalle emozioni o dalla paura. Quindi scosse la testa, come se quel movimento potesse scacciare i pensieri negativi. Forse borbottò anche qualcosa tra sé e sé, perché un passante la guardò, incuriosito e un po’ intimorito. Miriam sostenne lo sguardo dello sconosciuto e gli sorrise. Affrettò leggermente il passo… non che fosse in ritardo, ma era sempre meglio avere a disposizione tutto il tempo necessario… ed anche qualche minuto in più.
Benvenuti

Benvenuti a quanti hanno letto il mio post nel blog principale e hanno pensato di venire a fare un saltino qui per vedere di cosa si tratta in maniera più approfondita.
L'idea è quella di creare un romanzo scritto a più mani e di vedere, in sostanza, quale risultato avrà il lavorare assieme ad altre persone.
Ecco alcuni dei punti che entreranno a far parte del regolamento di questa iniziativa.



  • verrà pubblicato un post iniziale, ossia l'inizio della storia.

  • non deve necessariamente esserci un collegamento immediato tra i post, nel senso che il quarto post non deve per forza continuare la storia da dove l'ha lasciata il terzo post. I post possono parlare di cose differenti. A tempo debito inizieremo a considerare il fatto di far convergere pian piano le diverse storie che emergeranno;

  • per poter partecipare basterà mettere un commento a questo post, o nel blog principale, dando la propria disponibilità

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  • fate passaparola con i blogger che conoscete. E' la via più efficace per poter far continuare a "vivere" questo blog;

Capitolo Uno, parte seconda

Dopo quella, le sue avventure occasionali erano divenute sempre più numerose; a volte usciva con belle ragazze, altre con insignificanti rappresentanti del sesso femminile che cercavano solo un'occasione per ravvivare le loro monotone vite. Un paio di volte capitò che si affezionasse a qualcuna di queste amanti occasionali, ma il tutto non durava più di un paio di giorni, poi si stancava ed andava in cerca di nuovi lidi da scoprire.
Ormai erano due settimane che non vedeva nè sentiva Diana, ma questo suo atteggiamento, questa sua forma di vendetta nei confronti della sua ex, lo aveva allontanato anche dai suoi amici e fu per questo che quel giorno Robert gli telefonò per invitarlo ad un uscire assieme. Robert, che per lui era sempre stato Bob, sapeva quanto era accaduto tra lui e Diana e sapeva anche del suo nuovo stile di vita, ma quando lo chiamò non fece riferimento a tutto ciò e di questo Federico gliene fu grato. L'ultima cosa di cui aveva bisogno ora era una predica o una ramanzina.
Nell'appartamento arieggiava un pezzo dei King Crimson, mentre lui in camera si stava preparando per uscire. Con addosso solo un paio di boxer, davanti allo specchio, Federico si stava profumando come se dovesse uscire per uno dei suoi appuntamenti galanti e non con un amico per un paio di birre e una partita a stecca. Sorrise a questo pensiero.
Il suono improvviso del campanello lo fece sussultare. Voltandosi a guardare l'ora sulla radiosveglia vide che erano appena le nove.
E' ancora presto, Bob deve passare a prendermi alle nove e mezza... pensò.
Si infilò i jeans che aveva preparato sul letto e andò ad aprire.
Un ragazzino di non più di dieci anni lo fissava con enormi occhi blu. Indossava un t-shirt con l'immagine dell'Uomo Ragno che scalava un grattacielo e un paio di calzoncini che gli lasciavano scoperte le ginocchia sbucciate. Le Converse marroni, che una volta probabilmente erano state rosse, sembravano essere state compagne di numerose partite di baseball in qualche polveroso campetto di periferia.
"Si?" chiese Federico.
"Mi hanno detto di consegnarle questa" rispose il ragazzino estraendo dalla tasca posteriore una busta bianca.
"Cos'è?" chiese ancora l'uomo a torso nudo
"Non lo so. Me lo ha dato un signore al parco dicendomi di consegnarlo a quest'appartamento. Mi ha anche detto che ci avresti pensato tu a sistemare la faccenda..."
"La faccenda?" Federico sembrava sorpreso "...oh si certo, un attimo solo"
Sparì dietro la porta socchiusa, tornando un minuto dopo con un biglietto da dieci per il piccolo fattorino, che dopo aver intascato la ricompensa sparì come una lepre.
Federico aprì la busta estraendone alcune fotografie. Il cuore sembrò fermarsi e la testa cominciò a girargli rapidamente; dovette sedersi in poltrona per evitare di cadere a terra.
Chi me le ha mandate?
Cercò dentro alla busta per vedere se ci fosse un biglietto, ma oltre alle fotografie non c'era nulla.
Barcollando andò a versarsi un bicchiere di burbon, poi dopo averci pensato un istante si portò l'intera bottiglia in salotto.
Venti minuti dopo quando il campanello suonò ancora, lui sembrò non sentirlo; le ultime gocce di whisky stavano cadendo dal collo della bottiglia verso il pavimento, vicino alla poltrona dove giacevano accartocciate come foglie in autunno le fotografie che tanto lo avevano sconvolto.
In strada, dopo aver insistito per più di dieci minuti, Robert risalì in auto, senza sapere che non avrebbe più avuto modo di rivedere l'amico.

I pinguini si sentono soli...e abbandonati...



ragazzi...dove siete?????


Work in progress

Ho "accorpato" i primi tre capitoli, unendo a ciascuno le parti aggiunte successivamente.
Dai dai che voglio leggere anche altre cose...
Utile

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Capitolo uno

Federico si alzò a sedere sul bordo del letto massaggiandosi le tempie. Una forte emicrania gli stringeva la testa come una morsa.
Ho proprio esagerato ieri sera, pensò.
Tentò di tornare mentalmente alla sera precedente, ma l'unico risultato che otteneva era farsi aumentare il mal di testa. Per quanto si sforzasse non riusciva a ricordare cosa avesse combinato. In effetti non ricordava nemmeno di essere andato a letto.
L'ultima cosa che rammentava era il pomeriggio in piscina. Ci era tornato dopo molto tempo per sfogare lo stress dopo l'ennesima litigata con Diana.

La sera prima lei gli aveva fatto una scenata al parco: gli aveva detto che aveva intenzione di lasciarlo, così lui la mattina dopo l'aveva chiamata per cercare di riappacificarsi. Diana lo aveva aggredito verbalmente ed era nata una nuova discussione, conclusasi con lei che gli sbatteva il telefono in faccia.
Un movimento improvviso lo fece tornare alla realtà. Si voltò e vide, dall'altro lato del letto, il corpo nudo di una ragazza che non conosceva, o che non credeva di conoscere.
E chi è questa? pensò tra se.
Una fitta gli percorse rapidamente la nuca.
Ah ora ricordo...
Stava nuotando. Era alla settima vasca quando un braccio dalla corsia vicina invase la sua colpendolo in faccia. Si fermò e vide che il braccio apparteneva ad una ragazza dal volto spaurito.
"Oh scusa" mormorò lei
"Non fa nulla" le rispose sorridendo
Poi riprese a nuotare dimenticandosi del piccolo incidente. Due ore dopo, uscito dallo spogliatoio, andò al bar della piscina per prendere un drink energetico. Mentre stava sorseggiando la sua bevanda sentì qualcuno gli si avvicinò.
"Scusa per prima" disse una voce femminile
Alzato lo sguardo dal bicchiere, si ritrovò di fronte la ragazza che lo aveva colpito mentre stava nuotando.
"Non ti preoccupare" rispose "sono cose che possono capitare".
"Posso offrirti da bere almeno?"
"Solo se poi io posso offrirti la cena"
Da quel momento non ricordava più nulla, ma quanto doveva essere accaduto si evinceva da se.
Rimase qualche istante a fissare quel corpo addormentato sul suo letto.
Come ho fatto a finire a letto con una così?
In effetti, non era certo il tipo di ragazza che piaceva a Federico e, a dirla tutta, non credeva ci fosse qualcuno a cui potesse piacere una donna del genere: magra, quasi ossuta, i capelli biondo pagliericcio sembravano di stoppa e i seni piccoli e a punta avevano l'aspetto di due piccoli coni. Dove si aspettava di trovare un piccolo triangolino di peli ben rasati, c'era invece una sorta di selva bionda.
Ora che ci pensava meglio, assomigliava a Shelley Duvall, solo che lei era bionda.
Si alzò disgustato, cercando di non svegliare quella strana creatura, e si chiuse in bagno.
Rimase sotto la doccia fino a quando sentì il dolore alla testa affievolirsi, quindi, dopo essersi annodato un asciugamano alla vita, andò a prepararsi la colazione.
Il suo sguardo desolato vagò nel campo di battaglia che era diventata la cucina; il lavello era pieno di pentole e piatti, resti di cibo erano sparsi un po' ovunque assieme a decine di bottiglie vuote di alcolici vari. I suoi vesti e quelli di lei erano sparpagliati sul pavimento e alcuni preservativi usati erano stati infilati nei pomelli delle sedie.
Un senso di disgusto gli salì violentemente dallo stomaco facendogli tornare l'emicrania.
Dopo aver ingoiato un paio di aspirine, prese un sacco dell'immondizia da sotto il lavello e raccolse i resti del baccanale della sera prima.
Si accorse della presenza della ragazza solo quando lei gli cinse la vita.
"Ciao, amore".
Federico la guardò con freddezza e vide che indossava una sua camicia.
"Doccia e caffè sono compresi nel pacchetto della serata. Dopo puoi andartene" disse seccamente.
Cinque minuti dopo lei usciva sbattendosi la porta alle spalle.
In quell'istante si rese conto che non ricordava il nome della ragazza.
Vuol dire che la chiamerò Shelley.
Capitolo Zero - by Shyboy & Sognatricenata

Miriam chiuse gli occhi. Respirò profondamente.
Ricordati quello che ti hanno insegnato, disse tra sè e sè.
Fai entrare l'aria nella pancia, poi nel petto e allarga le spalle.

Sentì entrare l'aria pian piano. Un senso di quasi vertigine la pervase.
Non sei abituata a respirare così profondamente.
Fece altri due o tre respiri e la situazione migliorò.
Mentre ascoltava il suo corpo, cercava di sentire anche i rumori che la circondavano.

Era tutto confuso. Riusciva solamente a percepire in maniera netta e distinta le travi di legno che formavano la panchina sulla quale era seduta, soprattutto quelle contro le quali era appoggiata la schiena. Quella schiena che le aveva sempre dato qualche problemino e che le impediva di rimanere seduta perfettamente dritta.
Cercò di non pensare al freddo della panchina e a concentrarsi su altro. L'orecchio si fermò ad ascoltare una conversazione lontana, proveniente dalla sua destra e che piano piano si faceva sempre più chiara. Forse qualcuno si stava avvicinando a lei.
"Non credo sia la cosa giusta"disse una voce maschile, tremolante, quasi sul punto di piangere.
"No? Tutto quello che ho fatto fino ad ora non è mai stato giusto, se dovessi ascoltare solamente quello che pensi tu" fu la risposta di una voce femminile segnata da una nota di rabbia e nervosismo.
L'attenzione di Miriam si spostò verso un altro suono, un qualcosa di indistinto, una serie di note provenienti, forse, da un pianoforte. E a seguire una voce di bambina che canticchiava le stesse note.
Piano piano, mentre ascoltava queste note delicate e dolci, cominciò anche a sentire un'altra melodia, molto più sommessa, ma sempre di stampo "classico": una fuga o un minuetto, ma proveniente non da strumenti per orchestra ma da qualcosa di elettronico. Miriam posò la mano sulla cerniera della borsa che teneva alla sua destra, la aprì e il volume della seconda musica aumentò. Il suo cellulare stava suonando. Dopo qualche secondo la musica cessò. Miriam ripose il cellulare nella borsa. Non aveva bisogno di controllare chi fosse stato a chiamarla. Lo sapeva.
"Bene, è ora".
Fece un ultimo profondo respiro e, lentamente, quasi a rallentatore, aprì gli occhi. E grazie alla luce chiara della luna piena le sembrò che il sole non fosse mai tramontato.
Quindi si alzò, molto lentamente. Era stata a lungo seduta, nella stessa posizione e la schiena sicuramente ne avrebbe risentito. Infatti si fece sentire quel dolorino che lei conosceva bene. Si massaggiò a lungo, poi si decise a mettersi in cammino. All’improvviso le tornò in mente un sogno bizzarro che aveva fatto la notte precedente. Il sogno si svolgeva proprio nel posto in cui lei si trovava in quel momento. Solo che era notte fonda, nel sogno. Una notte senza luna. E le panchine erano di cristallo purissimo, delle forme più svariate, dai colori sgargianti. Proprio un sogno bizzarro! Miriam sorrise, ma il suo fu un sorriso nervoso, perché nel sogno succedeva qualcosa, che ora non ricordava, ma che le aveva fatto molta paura. E le sembrava che ora dovesse succedere quello che lei aveva sognato la notte scorsa. Sentì un brivido, quindi si costrinse a pensare ad altro. Aveva qualcosa di importante da fare, un compito da svolgere. E non doveva lasciarsi prendere dalle emozioni o dalla paura. Quindi scosse la testa, come se quel movimento potesse scacciare i pensieri negativi. Forse borbottò anche qualcosa tra sé e sé, perché un passante la guardò, incuriosito e un po’ intimorito. Miriam sostenne lo sguardo dello sconosciuto e gli sorrise. Affrettò leggermente il passo… non che fosse in ritardo, ma era sempre meglio avere a disposizione tutto il tempo necessario… ed anche qualche minuto in più.
Benvenuti

Benvenuti a quanti hanno letto il mio post nel blog principale e hanno pensato di venire a fare un saltino qui per vedere di cosa si tratta in maniera più approfondita.
L'idea è quella di creare un romanzo scritto a più mani e di vedere, in sostanza, quale risultato avrà il lavorare assieme ad altre persone.
Ecco alcuni dei punti che entreranno a far parte del regolamento di questa iniziativa.



  • verrà pubblicato un post iniziale, ossia l'inizio della storia.

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  • dato il (per ora) modesto afflusso di gente ho tolto il punto sulla prenotazione. Chi vuole postare qualcosa è libero di farlo a qualsiasi ora. Nel malaugurato caso che due persone pòstino alla stessa ora vedremo di metterci d'accordo su chi far pubblicare per primo.

  • Il numero del capitolo è meramente indicativo. Serve semplicemente per dare un ordine temporale. Non è detto che quello che è contenuto, per esempio, nel capitolo uno non possa essere inserito alla fine del capitolo zero, etc.

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